- A cosa ti aggrappi, quando tutto intorno a te sta crollando e non puoi fare nulla per salvarti?
- Alle parole.
Rieccomi qui.
Ho riaperto questo mondo digitale dopo tantissimo tempo perché ho capito di averne ancora un enorme bisogno. Non so se mai qualcuno si ritroverà a leggere queste parole. Anni fa avevo molti amici qui, persone che soffrivano come me e con le quali siamo riusciti a costruire un enorme castello dove poter essere, finalmente, davvero noi stessi.
Con piacere, noto che la quasi totalità di loro non aggiorna il blog ormai da anni. Dico con piacere perché probabilmente ciò significa che stanno meglio, che non sentono più il bisogno di alleggerire la loro pesantezza con questo mezzo, e di questo non posso che esserne felice.
Sono passati all'incirca 7 anni dall'ultima volta in cui ho scritto un post. Quante cose sono cambiate? E quante cose, invece, si ostinano a rimanere inesorabilmente le stesse di sempre?
Ho deciso di aprire un nuovo blog e di oscurare il precedente. Leggere quello che ero mi fa troppo male, sentivo il bisogno di cambiare aria per riuscire a decompormi pezzo dopo pezzo e ricostruire un qualcosa che, quantomeno, possa stare in piedi senza bisogno di appoggi, sgretolandosi alla prima folata di vento.
Mi presento.
Io sono P, ho 24 anni e ho bisogno di aiuto.
Questo è quanto, nero su bianco. La mia inettitudine resa manifesta da una manciata di pixel colorati.
Ma d'altronde, come ho scritto all'inizio del post, le parole sono ciò che più di qualsiasi altra cosa mi ha aiutato nel corso della mia vita. La mia àncora per non naufragare. Enormi quantità di inchiostro su pagine stipate dentro cassetti che non ho più il coraggio di aprire.
Mi piacerebbe cominciare dal principio, così da rendere questo soliloquio comprensibile a chiunque abbia il desiderio di continuare la lettura.
Sono sempre stato una persona particolare, nel significato peggiore del termine. Ho vissuto una vita intera tutta dentro la mia testa, senza rendermi conto di quello che potesse succedere giorno dopo giorno negli ambienti che frequentavo e alle persone che incontravo.
Egoista.
Avevo 13 anni quando, da un giorno all'altro, ho abbandonato il gusto nel mangiare. Ho iniziato a rifiutare il cibo, sempre di più, inesorabilmente, fino ad un punto di non ritorno.
Ho conosciuto l'anoressia, i kg persi, l'onnipotenza (o la presunta tale), ma anche i capogiri davanti alle altre persone e i numeri urlati dalla mia testa ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo. Una voce incessante che ho coltivato per anni come fosse la mia migliore amica.
Poi ho conosciuto la bulimia, che potrei definire come il capitolo della mia vita, finora, del quale provo più vergogna in assoluto. I sensi di colpa, i dolori, la paura o il desiderio di morire.
Ho conosciuto l'ansia, quella vera. Quella che ti fa cadere a terra, ti blocca i muscoli e manda il cuore in orbita. Quella che ti fa sperare di riuscire a scomparire sotto tutto quel peso, con un corpo che smette di rispondere ai tuoi comandi e inizia ad autodistruggersi dall'interno.
Infine, dopo anni di odio e privazioni, di attese ma soprattutto di paura, ho chiesto a gran voce aiuto. Diagnosi: disturbo del comportamento alimentare. Episodio di depressione maggiore. Disturbo d'ansia generalizzato.
Psicoterapia, diete personalizzate, terapie farmacologiche. La mia anima aperta e messa su una tela, lì davanti ai miei occhi, sbrandellata in ogni sua parte per cercare in qualche strano modo di ricomporla.
Negli anni ho imparato a convivere con tutto questo. Ho ripreso a sorridere quando necessario e a sopravvivere, affidandomi alle mani di personale qualificato ed esperto.
Ho addirittura creduto, col passare dei mesi, di essere guarito. Di aver vinto, per una volta nella mia vita. Di essere riuscito a farcela, proprio lì dove centinaia e centinaia di persone rimangono invece intrappolate a vita.
Poi, sempre all'improvviso, rieccomi qui.
Ricaduta.
Tutto è ritornato, dalla sera alla mattina, lasciandomi completamente spaesato e in balia di quello che qualcuno ha il coraggio di chiamare destino.
Questo non vuole essere un post di vittimismo, non ho bisogno della compassione di nessuno. Sono solo parole che albergano nella mia mente da troppo tempo, e che avevo bisogno di lasciare uscire prima che riuscissero a distruggere anche l'ultima parte di me che ancora resiste: la speranza in un futuro migliore.
Spero davvero, in questo mio spazio, di riuscire a spiegare cosa significa vivere con la depressione. Nel quotidiano, nelle cose più banali, ma anche nelle scelte più importanti.
Sarebbe bello se anche solo una persona, lì fuori, grazie alle mie parole, riuscisse a comprendere quanto sia difficile trovarsi costretti a vivere con la consapevolezza di non essere in grado di farlo. E da questa consapevolezza ricavarne una crescita personale, ma anche sociale.
I've got unfinished business. Ma sono qui per rinascere.
P.